Oro, ferro e utopia

Recenti dichiarazioni di uomini di responsabilità, riportate da autorevoli organi di stampa, sulla opportunità (priorità) del collegamento ferroviario Rieti-Roma, hanno riproposto questa attuale quanto annosa e controversa questione, inserendola di fatto nelle problematiche che i neoeletti ministri dovranno affrontare, nei prossimi tempi, con determinazione e trasparenza di intenti e di azioni.
Nei limiti del possibile è bene allora essere chiari, considerando essenziale una ineludibile premessa: le “grandi opere strategiche”, vanto del precedente Governo, sono sostanzialmente fallite, sia nella loro realizzazione pratica che negli sperati indotti politici, principalmente a causa del loro vizio di origine che si chiama “Legge Obiettivo”.
Con l’intento di abbreviare (o aggirare) “lenti ed inutili” iter burocratici-amministrativi, si è costruita una normativa sostanzialmente ideologica ed antidemocratica che ha raggiunto il risultato opposto ai suoi propositi: la pressoché totale paralisi di ogni attività ed iniziativa inerente le grandi opere stesse.
La verità emersa è questa: non è ipotizzabile né fattibile ignorare, esautorare ed emarginare le realtà e le volontà del territorio, le amministrazioni locali, le rappresentanze sociali, le associazioni ambientaliste, persino i comitati spontanei, dai progetti e dalle iniziative comportanti una drastica, sostanziale ed irreversibile modifica della realtà sociale ed ambientale di una determinata provincia o regione.
Ha motivi validi, quindi, chi sostiene la necessità, in operazioni intaccanti la struttura stessa della società, di adottare i metodi ed i sistemi della partecipazione condivisa.
In democrazia, per “fare”, non si sono ancora trovate strade alternative.
E veniamo alla ferrovia Rieti-Roma che invero è una metropolitana Passo Corese-Osteria Nuova, in quanto della tratta fino a Rieti, è bene ricordarlo, non vi è neanche l’ombra di un progetto concreto.
Tale piano, sciatto, frettoloso e velleitario, ha conseguito in ogni caso risultati degni di qualche attenzione; vediamoli.
1) – I costi realmente esorbitanti ed insostenibili di un’opera tutta trafori, tralicci e viadotti per un bacino di utenza men che modesto, al termine della campagna elettorale, ha indotto i sostenitori e propugnatori di ogni colore politico della ferrovia medesima, alla prudenza ed a una pausa di riflessione.
2) – La paventata irreversibile devastazione ambientale ed economica del territorio ha generato alleanze spontanee di cittadini e l’incontro di forze di impresa, del lavoro ed istituzionali sfociate poi nell’appostamento di ben quattro ricorsi al Tribunale Amministrativo del Lazio, peraltro forieri e propedeutici di ulteriori iniziative legali.
3) – Il confronto sui temi accennati tra forze politiche e civili, ha elevato il livello di interesse e conoscenza dei cittadini portandoli anche ad affrontare problematiche più vaste quali quelle riguardanti lo sviluppo sostenibile per il futuro della Sabina.
Gran parte di essi ha preso atto che sulla propria terra si sono concentrati interessi grandiosi ma a volte non del tutto dichiarati o dichiarabili.
Mentre le fabbriche e le aziende di tutta Italia e del Lazio sono in gravi difficoltà – vedi Alcatel e C. – si pensa di aprirne di nuove in Sabina; ma chi le aprirà? E per produrre cosa? Per quali consumatori?
Sono da approntare centri logistici e di immagazzinaggio merci con le relative aree di scambio gomma-ferro; ma per quali merci, destinate a chi?
Lo scalo merci San Lorenzo di Roma lo si vorrebbe trasferire in Sabina per liberare e destinare, evidentemente, una delle più grandi aree centrali della capitale alla “valorizzazione edilizia”, esportando viceversa degrado ed inquinamento; ma in cambio di cosa?
L’aeroporto commerciale (si, un aeroporto commerciale) è già disegnato nelle mappe megalomani degli alchimisti del futuro sabino, per non parlare dei “benefici” del non dimenticato inceneritore/termovalorizzatore.
Tutto questo, naturalmente, nel triangolo Passo Corese – Fiano Romano –
Montelibretti: un vero triangolo d’oro.
Gli speculatori dimostrano che sui sogni degli ingenui e alle spalle degli indifferenti ci si può arricchire, anche se il rischio è dare ulteriore lavoro alla magistratura.
Nel contempo, e questo è positivo, si sono udite, come il bisbiglio del saggio nel vociare caotico del mercato, alcune ragionevoli, semplici ed economiche proposte finalizzate al rilancio dell’economia, del lavoro e della cultura:
– il ripristino immediato della esistente ferrovia Rieti-Roma Termini ed il conseguente collegamento con l’Adriatico, facendo del capoluogo sabino un centro importante non esclusivamente di scambio merci ma anche di comunicazione umana e culturale;
– dotare Rieti di corsi di laurea completi, specificatamente individuati, in una Università libera ed autonoma;
– il miglioramento e la manutenzione della esistente rete viaria,
– il rilancio del destino agricolo-turistico del territorio favorendo aggregazioni di produttori/operatori;
– la ricollocazione dei luoghi di culto e pellegrinaggio nel quadro di una moderna disponibilità all’ospitalità diffusa;
– la conservazione dei beni naturali, paesaggistici, archeologici intesi come patrimonio inalienabile da gestire e tramandare intatto e migliorato ai posteri;
– la promozione culturale e commerciale di un intero territorio vivo ed attivo, nel quale non mancano espressioni valide di iniziative e di lavoro, come le risorse economiche e di ingegno.
Tali vitali espressioni andrebbero individuate e opportunamente stimolate, ma per questo occorre una politica sobria e lungimirante nonché uomini all’altezza della qualità della sfida, che non restino avidamente sedotti dall’entità e dalla mole degli impegni economici ma coinvolti invece dalla qualità delle idee e dall’onere morale della loro realizzazione.